Note a margine al “L’Acrobata”

E’ gradito da parte mia dedicare del tempo per commentare “L’Acrobata”.

Gradito, perché ognuno di noi in cuor suo, desidera che il proprio pensiero possa essere non solo riferito, ma possibilmente quanto meglio comunicato.

La comunicazione non implica necessariamente condivisione, sarebbe inquietante se già solo due persone tra miliardi condividessero, in ogni sfumatura, un solo pensiero.

E’ impossibile collocare ogni parola al giusto posto, affinché un messaggio possa essere recepito universalmente e pur fosse, ne abbiamo una limitata oggettiva e/o soggettiva possibilità di espressione sia essa lessicale, visiva o di immagine.

Del resto del “L’acrobata” non sento al momento esigenza di modificarne una virgola, è il mio pensiero, pur con questo mio commento, ne voglia inserire delle “note a margine”:

“Io dubito

del colore delle cose che vedo, della consistenza delle cose che tocco, dei suoni e delle parole che ascolto.”

Condivido in genere il concetto del “dubbio” filosofico inteso nell’impossibilità di una conoscenza oggettiva della realtà che ci circonda, ognuno per mezzo dei sensi, dell’intelligenza, delle peculiarità sua propria ha un modo diverso di leggere, di interpretare e di vedere.

Sono infinite le possibilità di lettura, non solo per le infinite possibilità dello spettatore, ma a cagione della natura stessa dell’oggetto di studio, che è in evolvere, “sfugge” temporalmente.

Questo concetto del “sapere di non sapere” è molto dibattuto in filosofia.

“Io non dubito

dei colori, della consistenza, dei suoni e delle parole che domando, che penso”

Ora il mio pensiero si rivolge ad un altro oggetto di studio, diverso dal precedente, la mia attenzione non è più rivolta allo studio della realtà che mi circonda, sto studiando il mio stesso pensare.

“La creazione, la domanda è certezza”

Nasce il problema del “lessico”, dovremmo forse “estendere” il significato del verbo “Creare”, o ancor meglio, fosse possibile, dovremmo inventarcene uno nuovo, il cui significato dovrebbe recitare:

“inventare un bisogno, costruirsi mentalmente una domanda”, che non è semplicemente risolto letteralmente col termine “domandarsi”, ma “creare, porsi e porre una domanda nuova, inedita, un nuovo concetto di “idea””.

Quel bisogno quella domanda che “è”, nel mio pensiero, ancora senza rappresentazione, a quella domanda ancora senza risposte, fugge pertanto, dall’osservabile e pertanto dal “dubbio”.

Nel mio pensiero e a maggior ragione non esistendo che non nel mio pensiero, ne sono io l’unico spettatore ed è certezza, legge se stessa.

“L’esperienza, la risposta è dubbio”

L’esperienza dell’esperienza, palesa, a mio avviso, che nell’iter dello studio di un oggetto, sia implicita una domanda, logicamente una domanda, di conseguenza le risposte la cui interpretazione, il cui affanno di una conoscenza oggettiva è inevitabilmente soggetta al “dubbio”.

Affermo l’oggetto, definendolo “risposta”, poiché è nel mio pensiero che qualsivoglia sia l’oggetto di osservazione, sia il risultato di un bisogno, di una domanda.

“Dio creò per amore”.

Quel “per” dice molto riguardo a quanto scrivo, mi viene difficile credere che quanto ci circonda, pur concepito dall’Unico, ne sia il risultato di un creare senza scopo.

“Se e quando Dio ha creato dal nulla, ha creato il dubbio della nostra esperienza e della misura del tempo per viverla.”

In questo passaggio, cerco possibilmente di comunicare il difetto solo lessicale al quale necessariamente per mia incompetenza, o per oggettiva mancanza di un termine adeguato, mi ritrovo ad incorrere.

L’atto del “Creare”, presuppone in etica religiosa, “dal nulla”, in questo se è Dio è “Unico”, quale che sia sia il “creare” dell’Uomo, non può prescindere dall’esistenza in essere dell’uomo e del tempo ad egli assegnato.

Domanda di esistere e di termine temporale che, almeno nel testo, restano implicitamente possibile prerogativa dell’Unico.

Nell’atto stesso della Creazione, nasce il “dubbio” sapere umano, dubbio che non solo è dovuto ai limiti sensitivi dell’Uomo, ma allo scorrere stesso del tempo.

Il concetto è noto anche e soprattutto a livello scientifico.

Il tempo interviene inoltre quale variabile infunzionale dell’agire umano, l’uomo vive in un tempo e per un tempo del quale non ha alcuna possibilità oggettiva di discernimento.

Se e quando l’uomo ha creato un bisogno, ha creato il dubbio per come meglio rispondere di quel bisogno e la misura del tempo utile per consumarlo.”

Ecco in questo passaggio l’atto del creare umano.

Ero sinceramente nel “dubbio” dell’espressione, della risposta al quesito del testo, se indicare il termine “ha creato” tra virgolette o trascriverlo come l’ho poi riportato.

La filosofia è soprattutto porsi domande, non possono esistere schemi predefiniti, altrimenti sofisti, creeremmo un ragionamento basato solo sull’arte dello scrivere e del collocare parole nel testo. A suo modo il sofismo ha altresì mostrato quale sia il potere seduttivo della parole, ha “domandato” di assegnare alla forma letteraria un se oggettivo, ogni pensiero umano, anche quello sofista, in quanto a suo tempo inedito, è idea.

L’eccezione del termine “creare” va contestualizzata, nulla togliendo al concetto che intendo esprimere.

Del resto, mi è difficile ritenere che, se pur non “Creato dal Nulla”, un pensiero artistico, una idea nuova quel “creare umano” forse, volendo assecondare Platone nel desiderio di collocarlo in un “Iperuranio”, non debba comunque per lo meno assurgere, ad immagine e somiglianza dell’atto del Creare divino, seppur non più in un tempo “all’inizio dei tempi”, senza tempo .

Con questo, spero con buona pace di coloro, di Fede, aver sollevato dubbi riguardo alla “buona fede” del testo, non ne ragioni, spero infruttuosamente il lettore, è ininfluente disquisirne oltre.

Ora tornando al passaggio che sto commentando, è proprio nelle “risposte”, nell’oggetto intellettuale, materiale, che risolve di quella domanda e di quel bisogno che ne nasce il dubbio dell’interpretazione, dubbio, noti bene il lettore, del quale è vittima non solo chi cerca di interpretare, studiare, sperimentare le risposte, ma pur chi di quelle domande e di quelle risposte ne sia l’ideatore.

Posso pur pormi la domanda “come vorrei vivere”, la domanda è perfetta, come potrebbe esserlo la domanda opposta o qualsivoglia altro quesito, non è la domanda ad essere l’oggetto dell’esperienza, nelle molteplici infinite risposte si annida il dubbio della verità oggettiva delle stesse, per il solo motivo che tale oggettività chiaramente non esiste, esiste un modo di rispondere più o meno condiviso a un bisogno, confacente al suo tempo, ma mai universale, né per chi consuma di quelle risposte, né per chi ne è pur “costruttore inedito” delle domande e dei bisogni dalle quali scaturiscono.

Noti il lettore come l’atto del “consumare” abbia quale oggetto le risposte.

Io non “cogito ergo sum”,

Io “chiedo”, io “domando”, io “ho bisogno”

“ergo sum”

La grandezza, l’unicità dell’essere umano, non è pertanto, secondo il mio pensiero, nell’essere semplicemente dotato di raziocinio.

Del raziocinio in modo più o meno importante, ne è dotato ogni essere vivente.

Quello che, nel mio pensiero è davvero discriminante dell’Uomo rispetto alla “bestia”, è il fatto di porsi domande, di crearsi bisogni.

La bestia ragiona su come procurarsi il cibo, risolve in maniera più o meno intelligente di quel bisogno e degli altri ad esso assegnati, che non solo è della bestia, ma pure dell’Uomo, ma l’Uomo è l’unico essere vivente che può porsi ulteriori domande, diverse e ulteriori bisogni, diversi  e dei quali esserne unico “costruttore”.

Tornando alla Cristianità, potremmo forse dire, che l’Uomo è l’unico essere vivente che nel paradiso terrestre abbia incontrato il serpente in grado di comunicargli il bisogno di mangiare dell’albero proibito.

Io sono uomo e dubito di quanto vedo, io sono uomo e non dubito di quanto domando.”

Aggiunge una nota esplicativa a quanto già scritto, posso sperimentare di quanto ha consistenza visiva, sensitiva in genere.

Lo stesso pensiero potrebbe apparire superficialmente oggetto di “dubbio” poiché per esprimerlo è necessario in ogni caso un mezzo, sia esso scritto o verbale per comunicarlo e quale sia, sia, il mezzo è già di suo difettoso, ma notate bene, al di là dell’osservatore medesimo,

non è il pensiero a conseguire il dubbio, ma il dubbio a conseguire il pensiero.

“Se un mondo di idee, mi domando ora di pensare,

quel mondo è per me abitato dalle domande che si è posto l’umanità e non dalle risposte che si è dato

risposte che pur, se ora sono,

sono già consumate dal tempo.”

Come già esposto, dubito dell’esistenza di un mondo Iperuranio di idee, già risposta, non dubito certo della possibilità di volerlo ora pensare, pensandolo volontariamente, col desiderio di farlo, pur adesso che ne scrivo, nell’atto stesso in cui “domando” di quel Iperuranio, ne rappresento per azzardare un contenuto non proprio.

Il secondo passaggio rimarca il motivo, per cui anche un osservatore assoluto non possa conoscere oggettivamente l’oggetto di studio, per la stessa labilità temporale ad esso intrinseca.

“Se esiste un Creatore, esiste l’Unico a domandare un tempo per creare.”

E’ la mia idea, è la mia definizione dell’Unico, non è un oggetto di osservazione, quella definizione dell’Unico che rappresento con la limitatezza del testo, nasce da un mio personale approccio matematico alla cognizione di “tempo”, che esula dal contesto del “L’Acrobata”.

Il “Se”, è atto dovuto nel testo, il pensiero è razionale.

“Io non dubito, non riesco a dubitare

delle parole che ho scritto”

Il passaggio è chiaramente rivolto ad un Io interiore, “non riesco”, è un atto di conferma a me stesso della veridicità di quanto sto scrivendo, un tentativo di attestarne soprattutto l’uso proprio o improprio dell’espressione scelta per comunicarlo.

“Non posso invece che dubitare

dell’esperienza mia e di coloro che ne consumeranno le risposte.”

In questo passaggio si intende sottolineare quanto dell’inconsistenza oggettiva del sapere delle risposte ne sia prima vittima l’artefice delle domanda da cui scaturiscono, secondariamente i soggetti esterni, che di quella domanda “difettosamente trasmessa” ne diverranno possibilmente fautori e consumatori di sole risposte.

Il consumare è tipico dell’utilizzo di una risposta, è un atto passivo di utilizzo di una risposta, contrapposto, volutamente nel contesto dello scritto, all’atto vero attivo di “concepimento” del quesito.

“L’uomo, può, a Suo arbitrio e scelta

Creare, volere ed essere artista

Sperimentare, dare ed essere consumatore”

Una personale definizione del libero arbitrio, potendolo estendere, ma è ininfluente ai fini di questa trattazione, pure alla possibilità “Cristiana” di potere discernere tra il bene e il male, nella fattispecie tra “chiedere bene” o “chiedere male”, desiderare del bene o desiderare del male.

Se l’uomo vive in guerra ed uccide, sta consumando una guerra della quale non ne è necessariamente lui stesso l’ideatore, non ha chiesto “guerra”, vive una condizione, una risposta appunto ad una domanda, ad un bisogno e a risposte di guerra di una fazione della quale non necessariamente appartiene.

Discernere tra il bene e il male, non è tanto, o almeno, non solo principalmente, nell’utilizzo delle risposte, ma soprattutto libero arbitrio a porsi domande e bisogni all’uopo.

“La banalità del male”, rappresenta credo bene, quanto possa essere vittima e contemporaneamente carnefice delle proprie azioni l’uomo che, passivamente, vive una condizione dovuta ad un bisogno del quale non è l’ideatore.

Del resto, la genialità umana, quell’essere, nella possibilità del libero arbitrio, artefici dei propri bisogni, non è pertanto da intendersi necessariamente nell’eccezione eroica positiva del termine.

Mi è caro dare un valore etico, pur se ininfluente, ma è chiaro che come esista la genialità del bene esista pure e forse in maggiore occorrenza a cagione dell’egoismo umano,  la genialità del male.

Se la società vive tuttora di contenuti espliciti di ineguaglianza sociale, guerra e povertà, spero quanto da me trattato, possa essere di incentivo eroico per chi mi legge, a rendersi promotore di nuovi bisogni di bene, meno consumatore passivo di risposte a bisogni che non siano finalizzati ad un bene collettivo e universale.

“Acrobata, in bilico

sulla corda del tempo

che non ha domandato

ed è a lui invisibile.”

Il limite più evidente dell’uomo è “il tempo”, una domanda ed un bisogno, del quale poter vivere solo la risposta, può solo l’uomo del concetto del tempo dubitarne anche di misurare con giusta misura cadenza dello scorrere dei secondi, dei minuti e delle ore, realmente quell’idea, quel bisogno indecifrabile dell’ineluttabilità dell’agire umano ne lascia l’uomo spettatore senza occhi per vedere e senza udito per sentire.

Il tempo è invisibile, come è invisibile il termine ultimo dell’agire.

In questo senso, l’uomo lo raffiguro come una acrobata, a porsi domande e a darsi risposte, pur non avendo la possibilità di comprendere se avrà mai il tempo per godere di quelle, pur magnifiche, spero, domande e di vivere di quelle. pur magnifiche, spero, risposte.

La risposta principe è “forse” all’Uomo preclusa, l’Unico solo ne ha l’immensità della cognizione.

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